PANTALEO CARABELLESE.
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IL CONCETTO SPINOZIANO DELL'ERRORE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Presentazione.
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L'AUTORE.
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PANTALEO CARABELLESE  STATO UN FILOSOFO ITALIANO.
Nato a Molfetta (BA) il 1877 e morto a Genova il 1948.
Laureato in legge e poi in filosofia, insegnante, preside, docente di filosofia teoretica a Palermo e poi nella Regia Universit di Roma, difese la filosofia come ascesa teoretico-razionale a realt teologiche, o come sentiero che volge al fondamento comune della vita politica e che alla politica rimane irriducibile. 
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Il concetto spinoziano dell'errore.
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1. - La dottrina spinoziana si presenta come intellettualismo. Intellettualismo: sia se si ritiene che essa ammetta un puro ontologismo inattivo dell'intelletto, che ha come suo oggetto l'essere immutabile; sia se si ritiene che essa richieda invece (e ce ne sono tanti motivi) l'intelletto come attiva potenza conoscitiva e come primo principio causale che cos  anche sostanza.
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2. - Or l'intellettualismo, in entrambe le forme, ha, di fronte all'errore, due esigenze:
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1) Ammesso l'errore, questo non pu essere che falsit, errore conoscitivo. Non ci pu essere un errore che sia il male o che sia il brutto: il riconoscere tali errori richiede il bene ed il bello positivi e distinti dal vero, cio esclude l'intellettualismo.
E Spinoza non riconosce altro errore che la falsitas: la fictio in fondo non  che il primo gradino della falsitas; il dubium viene man mano scomparendo nella dottrina spinoziana, ed in ogni modo anche esso  della stessa natura della falsitas quantunque attenuata. Comunque fictio, falsitas e dubium sono per Spinoza il non verum, che  l'errore, di cui forma tipica e, mi si consenta di dire, piena  la falsitas.
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2) Ma non  possibile ammettere l'errore neppure soltanto come falsit: Nell'intellettualismo ontologico; perch se l'essere  proprio quello appartenente all'intelletto, esso si sa o si ignora: non c' via di mezzo; la parzialit dell'intelletto consente l'ignoranza, non consente l'errore. Nell'intellettualismo attivo; perch, se la sostanza  lo stesso intelletto agente, ogni atto dell'intelletto ha sempre valore sostanziale, si ammetta o non si ammetta una pluralit di intelletti, si ammetta o non si ammetta accanto o sopra a degli intelletti finiti un unico intelletto infinito.
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3. - Spinoza non sente la difficolt della prima esigenza. Difficolt in genere non sentita neppure oggi, giacch anche oggi l'errore  concepito soltanto come falsit, come non verum, in quanto se non tutta almeno molta filosofia moderna  ancora, pi o meno consapevolmente e volutamente, intellettualistica: sostituire, infatti, all'intelletto, o anche porgli accanto, altra forma conoscitiva che sembri o sia pi consentanea all'ammessa attivit del conoscere (per es. la ragione hegeliana o l'intuizione bergsoniana), se anche si vuol dire uscire dall'intellettualismo, non  per uscire dallo gnoseologismo che ha le stesse esigenze dell'intellettualismo.
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Questa riduzione dell'errore solo a falsit d poi l'illusione di poter eliminare, con la dottrina cartesiana dell'errore, la seconda esigenza dell'intellettualismo: l'impossibilit dell'errore. Illusione, perch o si ammette altra forma concreta di essere che non sia quella risultante al conoscere, e allora l'appartenere a tal forma non  per questo un errore. O non si ammette tale altra forma, e siamo in pieno intellettualismo, ossia non c' altra forma di essere oltre quella del vero, e l'errore  impossibile per le ragioni sopra dette.
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4. - In questa illusione decisamente non volle cadere Spinoza, che vide e cerc di dimostrare tutta la illusoriet della spiegazione cartesiana dell'errore. Spinoza quindi, come ha ammessa decisamente la prima esigenza dell'intellettualismo negando il male, dovrebbe ammettere anche la seconda esigenza: dovrebbe negare l'errore, negare il non verum.
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5. - A questa totale ed esplicita soppressione dell'errore sappiamo che Spinoza non  giunto affatto. Tutta la necessit di una metodologia egli fonda sulla esistenza di fatto degli errori da eliminare; tutta la sua etica vuole essere una eliminazione di esistenti errori fatta dalla verit stessa.
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Quindi l'antitesi in cui si dibatte la dottrina spinoziana dell'errore: da una parte la schietta negativit dell'errore che nell'organismo di pensiero spinoziano non pu non voler dire negazione pura e semplice dell'errore, imporsi schietto della esigenza intellettualistica della impossibilit dell'errore. Dall'altra parte ammissione dell'errore, che, per lo stesso organismo, non pu non voler dire positivit dell'errore.
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Quindi per questa antitesi, che alle volte pare quasi esplicitamente presente alla mente spinoziana, in ogni pi decisa dimostrazione della negativit dell'errore e quindi della sua inesistenza (per es. Ethica 2, prop. 33, e 4, 1, ravvicinate a 1, 15: Quidquid est, in Deo est, che ne  la ragione fondamentale) compare sempre un qualche elemento che ne attesti la positivit (per es. l'esserci delle idee inadeguate); e viceversa in ogni dimostrazione della positivit (per es. Ethica, 1, 33) c' l'esigenza della negativit. Liberare del tutto Spinoza da questa antitesi credo sia impresa intentabile. Trattasi di vedere quale termine dell'antitesi prevalga.
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6. - A prescindere dal primo concetto spinoziano dell'errore che si avvicina molto alla tradizionale dottrina scolastica (Korte Verhandeling, cap. 15), e a prescindere per ora anche dal positivissimo concetto che dell'errore ha Spinoza nel De int. emend. come fictio cum assensu,  certo che, nonostante il chiaro presentarsi dell'esigenza della negativit dell'errore nell'Etica spinoziana, pure anche in questa l'esigenza della positivit  viva e continuamente presente.
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 dunque inesatto attribuire a Spinoza il concetto dell'errore come schietta negativit. Spinoza eliminerebbe cos, senz'altro, l'errore, giacch il non essere per Spinoza puramente e semplicemente non , perch c' tutto quello che ci pu essere. Sarebbe in uno solo dei termini dell'antitesi, che costituisce invece tutto il travaglio della mente spinoziana di fronte all'errore. Spinoza, per quanto alle volte dimentichi tale distinzione, distingue bene tra errore e privazione, tra errore ed ignoranza (Ethica, 2, 35, Dem.). L'errore  un qualcosa, ed un qualcosa implicante attivit: Mentes enim, non corpora, errare nec falli dicuntur. L'errore, dunque, pur senza essere conoscenza, non  assoluta ignoranza:  dunque qualcos'altro che conoscenza o non conoscenza.
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7. - Che questo qualcos'altro positivo ed attivo in cui consiste l'errore, sia l'atto volitivo cartesiano, e che perci la causa dell'errore sia la volont per il suo carattere infinito, Spinoza esclude, prima di tutto con l'escludere l'infinit del volere, ma soprattutto perch dimostra che quella praticit (atto di giudicare), che sarebbe l'essenza dell'errore, non  da escludere da ogni intellezione, perch non  possibile intellezione senza questo atto giudicativo: l'idea infatti implica (involvit) quell'affermare o negare (giudizio) che costituisce l'atto di volere, e non v'ha altro atto di volere che questo (Ethica, 2. 49).
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 questa la ragione per cui voluntas et intellectum unum et idem sunt. L'intelletto  volitivo (cio attivo, potremmo aggiungere e concludere, come per tanti altri versi Spinoza ci autorizza a fare). Se, dunque, l'atto del volere costituisse l'essenza dell'errore, tutto l'intendere sarebbe un errore, oppure implicherebbe o potrebbe implicare errore. Il che l'idea spinoziana, come del resto quella cartesiana, esclude.
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8. - Pure questo quid attivo, che costituisce l'errore, ci deve essere. Che ci sia, Spinoza ci fa capire specialmente con esempi.  ripetuto l'esempio della distanza del sole: distanza sentita (200 piedi circa), distanza intesa (600 diametri terrestri). La distanza sentita  un quid positivo, ed  un errore (2, 35, Sch.). Per questo quid positivo che  errore, quando l'errore sia tolto, rimane come positivo e non  pi errore (4, 1). Rimane come positivo ed involge anche, in quanto tale, quella affermazione attiva che abbiamo visto implicata dall'idea, per quanto non abbia, con essa, una assoluta certitudo ma solo una non dubitatio (2, 49, Sch.).
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9. - Abbiamo cos la conferma che la falsitas sia positivamente fictio, come Spinoza ci aveva detto nel De int. em. Per il fatto che questa falsitas rimanga ancora positiva, quando sia stata negata come falsitas, cio quando l'errore sia stato corretto, e quindi tolto, ci costringe ad una doppia indagine: 1) C' dunque un qualcosa, che, comunque si voglia, ci sia pur senza essere idea (come idea e come ideato)? Si sfugge cio all'intellettualismo? 2) Perch e come e quando questo qualcosa, che pur c', si presenta come una falsitas?
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10. - La risposta alla prima domanda a noi qui non importa direttamente, per quanto sia di estrema importanza per la valutazione dello spinozismo. Ci basta rilevare che il sentire, la potentia fingendi,  ammesso esplicitamente da Spinoza oltrech come vitium anche come virtus (Ethica, 2, 17, Sch.). Come questa virtus, che  in fondo una virtus fluctuandi, cio sostanzialmente si riduce alla capacit di mutare, cio di non essere, si possa mettere d'accordo con le spinoziane res fixae et aeternae, cio con l'assoluta immutabilit dell'essere, essendo non essere il mutamento, noi certo non tenteremo di ricercare qui. Troveremo forse dimostrata dallo Spinoza molto pi la necessit di agire col conseguente mutamento, che non l'immutabile stare con la conseguente esclusione di ogni attivit.
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11. - Rispondiamo invece alla seconda domanda, e cos completiamo e chiudiamo il circolo della dottrina spinoziana dell'errore, senza accennare neppure al poderoso tormento che mostra la mente di Spinoza di fronte a quel problema. La fictio ha un suo proprio valore, per quanto non ha certo un valore di verit; tal suo valore sta nel fluctuari, non nel darci l'effettiva reale presenza delle cose. La verit  immutabile, il senso  mutamento. Dal sentire, anzi, nasce la cosidetta contingenza: l'affectio, infatti, mentre implica (involvit) l'essenza del corpo sentito (Ethica, 2, 35, Sch.), ci d tale essenza quale  richiesta dal nostro sentire, e non quale , immutabile in s, giacch imaginatio idea est, quae magis corporis humani praesentem constitutionem, quam corporis externi naturam indicat (Ethica, 4, 1, Sch.).
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Or nell'ignoranza della essenza di una cosa, nella presenza di una affectio procurataci dalla stessa cosa, e nell'assenza di cause per cui quell'affectio sia vista nella sua fluctuatio, la nostra sensibile non-dubitatio si presenta come certitudo, cio con i caratteri della immutabilit e fissit, e quindi come l'idea che  l'essenza stessa della cosa. Cio l'imaginatio si pone senz'altro come idea, l dove ne trova vuoto il posto (per ignoranza dovuta all'essere pars cogitantis e non l'infinito cogitans).
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Quando l'idea vera, prima o poi, prende il suo posto, l'imaginatio rientra nel suo. N invade il campo intellettivo quella imaginatio in cui sia presente il suo carattere di fluctuatio. Perci il senso pu essere una virtus: a condizione che sappia e professi il suo mutare. La cessazione della fluctuatio del senso pu essere dunque causa determinante di errore dinanzi al vuoto che un parziale intelletto ha.
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12. - L'errore dunque nel campo dell'intelletto  un posto vuoto indebitamente occupato. Perch questo sia occupato, bisogna che ci sia l'occupante, il quale per s non  affatto quel vuoto che esso deve occupare; n, inversamente, errore  tal vuoto per s, che, se fosse rimasto tale, non sarebbe stato errore, ma ignoranza.
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Cos la concezione spinoziana dell'errore torna ad essere, con concetti pi scaltriti, quella che era al punto di partenza nel De int. Em.: fictio cum assensu. Una fictio, cio, in cui la non dubitatio, in cui si risolve il giudizio di senso, si  trasformata in certitudo che  invece il giudizio intellettivo.
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13. - Concezione, questa, positivissima dell'errore, ma che, appunto per questo, richiede che si dia anche al senso una sua concretezza, e che si esca dall'intellettualismo. Altrimenti sarebbe facile fare alla dottrina spinoziana dell'errore la stessa critica che egli rivolse a quella cartesiana, dimostrando che anche l'attivit del sentire  sempre implicita in quella dell'intendere (cf. 7).
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14. - Superato cos l'intellettualismo con l'ammettere una concreta attivit del sentire, il problema dell'errore rinasce entro i limiti di questa: nel campo della attivit del senso non c' qualche cosa di analogo a quel che diciamo falsit nel campo dell'intendere?  chiaro che allora l'errore non potr essere il mutevole che si presenta come essere; la sua positivit dovr essere altra. E pu darsi che la si debba ricercare proprio nella attigua attivit concreta. Comunque, per, ci importa che si riveda e si ampli il concetto di errore e non si ponga soltanto come un non verum: l'elemento positivo dell'errore del senso potr eventualmente essere dato proprio dal verum.
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 in questa via la soluzione del problema dell'errore? Io credo che per lo meno il problema si riapra, dopo la forse troppo sbrigativa negazione dell'errore fatta da parti opposte (hegelismo, pragmatismo).
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FINE.